
martedì, 31 ottobre 2006
...Ostinato ed in dirittura d'arrivo...
StefanoHezel
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Mica pensavo di soffrire davvero il mal di mare. Anzi ero sicuro che uno della mia risma, impassibile e fiero, quasi spavaldo, sarebbe stato. Ed invece giù a conati rossastri tanto forti da bruciare più di centinaia di fumate. Ridacchiavo, nelle pause che mi lasciava il mio vomitare duro. Era la cena o senza troppe menzogne, il vino della sera. Il comandate, frocio irrecuperabile nel profondo dopo trent’anni di mare ma, austero, virile e fascista nel sembiante, mi aveva invitato a cena. Al primo incontro ero stato troppo stupido, steso ed indomito nel mio fare, per scovare verità ambigue. Non che mi sfiorasse dubbio alcuno circa la mia sessualità, tantomeno provavo disgusto per le diversità. Il mio ribrezzo, già preso a sparpagliarsi ovunque per le nefandezze schifide d’altroquando, non intendeva cimentarsi in questi odi mondani. Il mio essere cronista di quart’ordine mi aveva insegnato bene a cadere sempre in piedi e poi, in fin dei conti, era già da tre giorni che masticavo liquirizia e mi fumavo solo delle grandi sigarette in cartine patinose ed umidicce, sapere che il comandante mangiava quasi solo tagliata di manzo e beveva barolo di sei anni almeno aveva abbattuto ogni remora.
Ho dunque sbaffato tutto e bevuto tre bottiglie.
Così facendo ho avuto anche modo di apprendere che il comandante, non era poi quel gran bevitore che andava dicendo di essere. Poco dopo l’ultimo bicchiere di amaro che avevo insistito per bere, con un novero di manfrine da gran puttanella rodata d’alto bordo, il vecchio lupo di mare era crollato in un sonno tombale. Così, salvato stomaco e culo, mi sono ritrovato nella mia nuova cabina nuova, donata gentilmente dall’equipaggio, a rimettere tutto sulla moquette porpora screziata fucsia. Era comunque una cosa che andava fatta. Dopo tre giorni eravamo finalmente in dirittura d’arrivo e, giunto in prossimità della fine di questa mia crociera, mi si era rinfrescato tutto il memoriale. Ad Alessandria avevo il mio bel da fare e ci voleva concentrazione, per dio, a bizzeffe, altroché.
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Il contachilometri sobbalzava ad ogni buca. Passava da zero a venti. Ma sapevo bene che si era attorno ai centoventi. Gli ammortizzatori erano scarichi, le gomme lisce. La tappezzeria nell’abitacolo godeva di vita propria, infastidiva come una ragnatela in piena faccia. Si stava andando a regolare un affare di Lucas finito male. Nel senso che lui si era fatto paccare ed ovviamente la cosa non gli stava troppo bene. Più per l’orgoglio supponevo svogliatamente io, per la reputazione, sacrale questione per il Lucas, che andava difesa ad ogni costo. La scassatissima Uno di Yasser veniva guidata con maestria dal buon Gian.
- E’ cancellato a dovere il numero di serie sul ferro… -
Garantiva lui, riempiendosi gli occhi di nera luce e rassicurando noi altri, non che poi ne avessimo realmente bisogno, ma tant’è, non dispiaceva assecondarsi a vicenda di tanto in tanto.
Yasser aveva la sua bella mannaia affilata nei calzoni sempre di due taglie più grandi, un po’ torvo guardava fuori dal finestrino e fumava, senza troppi scrupoli potei asserire, la sua ottantaduesima canna della giornata. Seduto al suo fianco sul sedile posteriore io, non avevo tentennato un istante ed all’appello di Lucas avevo risposto con un immediato balzo in macchina. In quelle stagioni che furono non aspettavo altro che una misera scusa per scorticare le mie nocche su qualcheduno o qualche cosa.
- Sai mia sorella fidanzata ora. –
Dany aveva questa peculiare capacità di sparare sortite fuori luogo. Magari era il suo modo di esorcizzare, di mantenere la calma, il distacco da quanto si apprestava a fare, mica ne ero a conoscenza.
- Ah, sì…? –
- Già. –
- Beh, niente male no? Tra un po’ finisce di studiare, si laurea, inizia a lavorare, si sposa… Quello che dovrebbero fare tutti… Non ti pare? –
Quello che andava augurandosi ogni ragazza occidentale, di buona famiglia, senza troppi grilli per la testa, priva di sogni stravaganti con i piedi ben piantati nella sua terra consumista. Già proprio così.
- Già. –
- Mmh… E allora che problema c’è Dany? –
- Problema? –
- Sì, per che cazzo hai questo muso lungo? –
- Io no problema. No muso lungo. –
- Ma non dire cazzate, che non prendi per il culo nessuno! –
- No, ti giuro! –
- Va beh… Dany, va’ che se non vuoi parlarne non importa… Ma sei tu che hai tirato fuori la faccenda… -
- Cosa tirato fuori?-
- … Sei tu che mi hai detto che tua sorella s’è fidanzata! –
- Già. –
- Ancora! O mi dici qual è il problema o non ne parliamo più, e che cazzo! –
- Problema che lui ebreo. –
- Oh, cazzo… -
Fu l’unica cosa sensata che mi sentii in grado di proferire. Faceva proprio strano. Che poi se fosse andato tutto bene, sarebbero stati una coppia monito per tutti gli ottusi che c’eran da quelle parti e non solo. Ma di dubbi, incertezze, vaghezze e quant’altro ve ne erano assai. Per dio, davvero. Ismael aveva conosciuto Zahira in università, si trattava di un amico di altri amici, di conoscenti di questi, di fidanzate dei parenti dei nipoti degli zii. Insomma era accaduta una cosa tanto comune dal destare poi chissà quale stupore. Era poi scattata una cena a casa di altri amici e via discorrendo. I due s’erano lumati a lungo, s’erano squadrati di brutto, probabile che girasse anche vino, che desse nuovo vigore al desiderio. Non si erano levati gli occhi di dosso, sguardi infuocati che agognavano la venuta di altro, subito, violento, all’impiedi. Calore e sudore. Mani avide e bocche ancor più procaci. Saliva che si mescolava l’una con l’altra ed impeto e foga e piacere, Cristo, il piacere.
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TheHezel
13:09 |
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lunedì, 30 ottobre 2006
..Proseguo nella diffusione e pubblico altri due paragrafi del dannato racconto.
StefanoHezel
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Mi ridesta un vociare continuo e poliglotta.
Mi sono addormentato sul ponte, del resto, non che potessi fare altrimenti, ad ogni modo ho il collo indolenzito.
Lo è a tal punto che non riesco a girare il capo completamente, tant’è, mi accendo una sigaretta. Durante la notte devo aver preso un freddo cane, ho ancora i peli ritti e la pelle d’oca, ora però il sole batte sulla mia testaccia sporca e spettinata con focosa insistenza. Getto occhiate miopi di croste e di sonno a destra e a manca. La bocca arde e la gola bestemmia ogni volta che aspiro ma davvero, va bene così. Sono per terra, mi atteggio da ruminante ed il filtro mangiucchiato ed il tabacco bruno che si spande sulle labbra mi danno ragione di crederlo.
- Splendido orizzonte, non trova? -
Per un istante penso che a parlare siano delle gambe tozze e ritte, poi metto a fuoco, alzo lo sguardo e scruto il comandate del mercantile tutto agghindato nella sua bianca uniforme da segaiolo marino che imperturbabile fissa innanzi a sé la nausea blu.
Mi gratto un poco, stuzzico le pulci sulla testaccia. Brevi considerazioni, caduche ed inconsistenti, mi portano ad osservare con un certo gusto quanto passa fra me, sozzo, assonnato e malconcio individuo accovacciato a terra in una posa non meglio definita ed il comandate, regale, bianco caucasico subumano ben vestito con la sua compostezza tronfia, infagottata e ieratica.
- Sublime… -
L’orizzonte, intendo dire.
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- Dunque… Ci voglio… salamela, peperoni, cipolle, un po’ di insalata… Ah, anche del piccante e… Un po’ di tabasco… Grazie. –
Mangiava come una bestia il buon Lucas, davvero. La biondastra del baracchino temeva ogni notte l’arrivo di noialtri. Yasser rideva, col suo fare tossicchiante, da vero tabagista saraceno. Io non più, spesso scuotevo solo la testa. Con fare da teppa sì, chiaro, però un poco edulcorata, dentro ovviamente avevo una festa. Un gran party privato per dio. Non ricordo perché ci pensai. Magari perché le chiaccheracce che venivano sputacchiate dalla bocca ferina e maleodorante del Lucas non eran proprio il bello che si potesse anelare. O forse perché nel bailamme che mi vorticava all’interno tra le viscere ed il fegato, non vi era un granché di meglio cui badare.
- Tua sorella? –
- Sta bene, grazie… -
- Mmh… E che fa, studia? –
- Sì. Ora lei Tel Aviv, studiare, vivere casa con altri studenti… Lei contenta. –
- Già…E tu? –
- Io cosa? –
- Sei contento? –
- Se lei sta bene io sta bene. –
Mi scappò un lieve riso. Buon vecchio Yasser. Autentico crociato, altroché il contrario. Mica le lungaggini interminabili che andavano vendendo, da Roma al Mondo, le tuniche nere.
- E allora ci muoviamo o no Diobono! –
Aveva preso così a mostrarci la sua impazienza il Gian, la sua nevra da barella mezza amoniacata, da dieci ore al giorno a potare alberi e siepi, dalle sfuriate appreso alla donna ingrata che si trovava al fianco o nel fianco, mica era dato di capire. E la Uno verde marcio era partita sgommando, di fretta e di rabbia lungo la comasina, con dozzine di peperoni e cipollacce che fuoriuscivano dal finestrino spalancato, manco facesse caldo, dalla focaccia tutta oleante e lezzosa che sbranava con vorace azzannare il Lucas. Con una nubetta sedentaria che in tutto l’abitacolo dimorava. Ed il Dany che mi sorrideva, sdentato farabutto dal cuore d’oro, mentre ancora fumastro nero mi invitava a seguirlo ed io, cieco mentecatto a corrergli appresso. C’era mica un luogo da raggiungere si andava così a rincorrere la notte, interrogandosi sul perché ancora un altro giorno dovesse farsi attendere e con quale ardore e tenacia lo avremmo affrontato.
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TheHezel
12:25 |
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sabato, 28 ottobre 2006
..Proseguo nell'intento di promuovere questa piccola opera letteraria, la quale ha ricevuto consenso ed ha generato stordimento in me medesimo. L'attualità del tema propone riflessione.
StefanoHezel
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Umido tutt’attorno, l’aria stessa sapeva di muffa.
Yasser andava proponendomi un’altra sigaretta di hascisc, la quale, garantiva lui, mi avrebbe consegnato al sonno, dolce, infantile ed incosciente. Chiaro che sarebbe stato così ed altrettanto nitida la mia accettazione, solo appena introdotta da una sorta di reticenza snob. Non girava proprio bene per il Dany, da un paio di giorni si rinchiudeva in una sorta di ascetismo borbottante e meditabondo, dal quale usciva di rado per proporre nuove fumate o altrettante bevute. Si era rimasti soli quella sera; gli altri manigoldi amicoidi spersi attorno all’una appena. Causa lavoro e dunque coprifuochi. Io in quel mentre che fu, mi aggiravo in un inconsapevole e per niente dolce far nulla. Scribacchiavo articolacci e raccontini e mi facevo bastare quei quattro soldi che mi davano, guidati in giustezza dalla logica atavica del mestiere; pochi, maledetti e subito. Non avevo orari e tantomeno volevo averne. Mi cullavo nell’ottica del boemio maudit. Invero, inFine, ero solo uno squinternato perdigiorno.
- Mia sorella, Zahira, molto brava scuola. –
Aveva blaterato a labbra tese il Dany.
Non sapevo neppure cosa bofonchiare a mia volta in risposta. Tacqui perciò, fissandomi le scarpe logore e bisunte che portavo.
- Questo anno lei diplomata. Vuole fare università. –
Avevo un interesse verso la conversazione pari a quello che portavo nei riguardi dei discorsacci da bar che subivo quando mi andavo ad avvinazzare in solitaria. Ma Cristo, Yasser era un amico ed andava ascoltato per dio.
- Beh, niente male. Se poi è così brava come dici… –
- Sì lei molto brava, ti giuro. –
- Non comprendo quale sia il dunque della questione… -
Sguardo sbigottito di lui. Goffo cretino erudito io. Ecco il dunque.
- Yasser, scusa, qual è il problema? –
- Problema? Problema che no vuole studiare Egitto. –
- Mmh…E cosa vuol fare, vuole venir qua in Italia? –
- No, clandestino io, lei pure. No studiare clandestino. –
Già, idiota solo pensarlo.
- Vuole andare Israele, Tel Aviv. –
- Israele? –
- Sì, lei dice grande università, bella e tutto. Ma io no sapere, noi arabi musulmani, là ebrei. Poi io qui a lavorare ma capo, mio padre morto, io capo…Che fare? –
- Beh…tu sei sicuramente il peggior musulmano che conosco… –
- No, perché dire così?-
- Yasser, per dio, bestemmi, bevi e fumi. Non fai il ramadam da quattro anni almeno, vai regolarmente a puttane e non sai cosa sia una preghiera. –
Dany non replicò.
Prese a fissarsi le scarpe, cara abitudine d’imbarazzo emulata da me, e tacque con discrezione. Finito di fumare mi chiese appena.
- Quindi che fare? –
- Cazzo, ancora? Mandala e basta. –
- Va bene, io fare va bene. –
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TheHezel
20:11 |
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mercoledì, 25 ottobre 2006

TheHezel
16:38 |
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lunedì, 23 ottobre 2006
Pubblico con mite entusiasmo il mio racconto vincitore del premio letterario "Manzonino". Dimentico di varie ed eventuali altre pubblicazioni, di interessi non propriamente palesati, mi affido al principio di Libertà di qualsivoglia lettore. Vista la lunghezza dello scritto preannuncio ci vorranno diverse puntate. Al gradimento del pubblico le sorti di questo.
StefanoHezel
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Yasser e gli Hezbollah
Di
Stefano Gianuario
“Rivisitazione atipica e moderna dell’Adelchi del Manzoni”
Non pensavo sarebbe poi accaduto davvero. Pareva essere quella non probabile possibilità verso la quale non dispiaceva neppure riversare Dama Ironia, quasi fosse una grossa comare, infagottata in una veste scialba, stinta e tinta a fiori. Ed invece tutto andava dicendo il contrario; la fresca brezza fra i miei capelli, la quale si sollazzava gustosamente a stuzzicare la mia sigaretta stropicciata. Ed ancora l’acre odore levatosi dalla cangiante coltre marina e poi il porto di Brindisi, sempre più minuscolo, sperdersi nell’orizzonte natio, il decisivo taglio dal cordone ombelicale dallo stivale italico. E mi pareva ancor più buffo, intraprendere quel percorso alla rovescia, rispetto alle centinaia di migliaia di persone che quotidianamente riponevano le sorti della loro esistenza in mare. Anche un poco di vergogna andava mostrandosi per il mio biglietto regolare, passaggio di solo ponte, insulsa agiatezza per molti miei connazionali, smodato lusso per gran parte degli abitanti del paese nel quale andavo recandomi, del cui antico fasto restava un nonnulla, forse appena menzionato sui libri di Storia, scritto sommariamente ed a caratteri cubitali, sui sussidiari scolastici, leggiucchiati malamente da ragazzotti paffutelli, satolli di merendine e surrogati di cacao, con le loro mentuccole spoglie, appena adornate da qualche nuovo idolo calcistico e levigate per bene dalla maiuscola televisione. Solo ora riuscivo a mettere a fuoco tutta la vicenda, a soffermarmi con un poco di doveroso ossequio su quanto accaduto. La rapidità con la quale gli avvenimenti poi, si eran susseguiti non aveva fatto altro che accrescere il mio sbalordimento, allora dimentico di svariate questioni che stavano all’origine di altro ed altro ancora. Ma con ordine. Tiro un’altra boccata, sbatto un paio di volte le scarpe a terra, nel mentre nel quale serro per bene le braccia l’una con l’altra, freddo pungente qui, ma poco importa vado verso il sole e mi appresto a ricordare. Quasi riesco a sentire la sua voce roca, l’odore del suo dopobarba da poco, mischiato alla farina, il sorriso sdentato. La brama di occidentalismo lo aveva portato a farsi chiamare Dany ma, l’ultima sua lettera firmata recava scritto Yasser Mahmud. La tenevo con non troppa cura, nella tasca interna della giacca.
Non gli importava nulla. Della sua educazione, della religione e di quant’altro fosse dottrina. Lo avevo sempre pensato. Lo pensavamo entrambi. Si andava a bere, chiare scorribande nella notte, fissi amanti dichiarati di questa, notte ed ancora lei, cupida meretrice della quale non rimaneva nulla ora, neanche gli insulti. Di politica si cincischiava appena, perlopiù soliloqui, i miei. Non che lui capisse proprio tutto ed a volte io alterato mentalmente dalle sostanze di cui l’amico arabo era ghiotto, piuttosto che estasiato dall’estasi, non mi facevo memore della difficoltà a comprendere l’italiano che aveva lui e, ordivo ebete la mia lingua con tutta una bella sfilza di parole complicate. Pazienza, Cristo se ne aveva il buon Yasser a sopportar menate e giù ciance e questioni di portata troppo ingombrante per le sue orecchie, intorpidite da dodici fottute ore al dì di lavoro. Si ammazzava il Dany, si sfiancava, si spompava. Lavorava sodo, duro, “più lavoro, più soldi” chiara la sua semplice equazione. Ed io coglione, mi intontivo, sempre più algebrico in nuove tirate apocalittiche, trite e ritrite, macinate, assuefatte, stanche loro stesse d’esser nuovamente pronunciate, dalla mia bocca arsa dalle marlboro di contrabbando che Yasser andava procurandosi ed ancora accuse e sfregi e sberleffi ed altro, per dio, altro sul vil denaro.
Ma io ero solo uno di quegli esseracci magri, irrequieti e famelici.
E non capivo proprio un cazzo.
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TheHezel
13:02 |
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venerdì, 20 ottobre 2006

TheHezel
11:26 |
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venerdì, 06 ottobre 2006
Perduto, Delirio Onirico
..Era davvero un mondo strano, si sbagliava da professionisti. Mica niente da ridere, tra le macerie ed il grigio, aspettavo, alla fermata dell'autobus la venuta di questo medesimo. Sommesso mi riproponevo ombroso di pensucchiare. Qualcosa di freddo mi urtava il fianco, recondito il sapere della provenienza. L'aria zeppa di altro stentava a farsi respirare e, ospite del mio stesso corpo, gustavo la venuta dei nuovi accadimenti con l'anelare della prima visione. La sopragiunta del quadrupede gommato, arancio sfocato, diede nuovo slancio a mosse future. Si trattava di salire tre scalini. Ripartire subito. Spalle all'autista, ad ogni modo ancora umano, certo, smagrito, pavido fino alla nausea, conscio di nessun ritorno ma, ancora umano, per dio. Altro ché gremito, persino gli insettacci si guardavano bene dal salirvi, ed io solo, sicuro di quanto dovesse avvenire. E mica il tempo di crederci davvero, neppure possibilità di spazientirsi, che dall'ombra sovrana ne uscirono tre. Ancora brividi lungo la schienaccia denutrita correvano, sebbene non fosse la prima volta che li vedevo. Ed il cappottaccio addosso, nero e bisunto, che non voleva saperne di scaldarmi un pò le stanche membra. Mi guardavano, per dio, tutti e tre. Uno di loro doveva essere di sesso femminile. Mica lo si capiva così facilmente, coi loro capoccioni pelati e gibbosi, gli occhi minuscoli e tutti neri, tutti uguali. - Sapevamo ci avresti cercati...Ma quanto pensi di resistere?!? Eh, Esteban ramingo che non ti sarà dato per sempre di scapparci, che vi prenderemo tutti voi omuncoli...Sai ci diverte anche, la vostra resistenza così ostinata, così cieca...Pensavamo vi sareste arresi tutti e subito, voi umani...Ma tu, Esteban mostriciattolo e la tua bella e quei manigoldi che ti stanno appresso.. Non c'è che dire, coriacei, sicuro, lo siete...- Ed ancora blaterava e vedevo i suoi denti aguzzi scaldarsi tanto e fremere al suono delle sue sibilanti parole. Ed il contagio era così facile, per questo si ritrovavano con le loro labbra tumide e rossastre ad un passo dalla vittoria. Ma mica temevo alcunché. D'altra parte sia chiaro, non pensavo neppure realmente di salvarmi le ossaccia. Avevano convertito quasi tutti, eravamo rimasti davvero pochi. Forse un centinaio, non più, davvero. Ed io testardo e convinto, guida degli speranzosi. Ora il piano prevedeva una sorta di tregua che poteva sfociare in una resa. Ma puzzavano di vomito per dio, quelle schifezze ambulanti, non avevo troppa voglia di avvicinarmi. Loro. Chissà da dove diavolo erano venuti fuori. - Mi passo dell'acqua sulle labbra eh, Esteban!?! Non vedo l'ora di prenderti, doneresti un certo folclore alle nostre fila... E ridacchiavano, schifide bestie, tra loro. See, che diamine, ci tenevo neanche troppo a restare in vita, se di vivere si trattava finire così. L'autista era uno dei nostri o era un asservito? Non potevo saperlo. Di certo non si sarebbero persi in chiacchere ancora a lungo. E non sapevo neppure se potevan morire 'sti qua. – Ma dì Esteban esserino, parla piccolo eroe, cosa vuoi? Perché in quel tuo minuscolo rutilante cuore pulsante hai voluto incontrarci? Vuoi forse consegnarti di tua spontanea volontà? Ti sei stancato di giocare? Accetti la perdita? Parla! – No, non avevo il tempo per concedermi quattro ciance, mi toccava proprio agire. Mi si poneva il dubbio circa l’autista. Ma certamente ad un mia mossa mica avrebbero perso tempo appresso a quel poveraccio. Di gran carriera a seguire me, le fiere, sicuro. Dovevo solo pensare di esser veloce, di esserlo davvero e di esserlo dannatamente veloce. Un fulmine, una saetta, roba da non crederci. Si trattava di estrarre la pistola, abbozzare una qualsivoglia mira e Pum! In testa al petto, ovunque. Mi toccava capire se potevano morire. Altro ché resa come consigliavano i moderati, già botte e guerra, meglio morto che tra loro! Sì, le idee erano chiare. Convincermi, mi ero convinto. Ora si trattava di fare. Dandosi una mossa magari. –Allora Esteban maledetto… Ci dici cosa vuoi? - Mmh… Questo…
StefanoHezel
TheHezel
15:43 |
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